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6 luglio 2007

Islam e veleni

 da Corriere della Sera del 5 luglio 2007, pag. 38

di Christopher Hitchens

Se nello scorso weekend le cose fossero andate in maniera appena diversa, le strade di Londra e l'area del check-in dell'aeroporto di Glasgow sarebbero state cosparse di corpi smembrati e carbo­nizzati. E questo doveva avvenire, secondo gli auto­ri, «per grazia di Dio». Qualunque sia la nostra perso­nale concezione di Dio, possiamo almeno convenire che questa orribile professione di fede va presa sul serio. Invece, è stata esaminata minuziosamente qua­si ogni altra possibile spiegazione.

Il New York Times del 30 giugno riportava le opi­nioni di tre persone, una delle quali attribuiva l'atro­ce fallito attacco di Londra alla politica estera dell'ex primo ministro Tony Blair; un'altra (un diplomatico neozelandese) si sentiva «sorprendentemente conten­ta», e la terza, indicata come un «britannico di origi­ni indiane», si diceva preoccupata del fatto che «se passassi per quella strada, potrebbero sospettare di me». Chiaramente pensava alle autorità britanniche, non ai gangster musulmani che hanno dichiara­to aperta la caccia a tutti gli hindu come agli ebrei, ai cristiani, ai laici e ad altra spazzatura atea o infedele. Il giorno dopo, lo stesso giornale ci informava che la Gran Bretagna ospitava «una popolazione sud-asia­tica priva di diritti civili». Quale fosse il presupposto di tale affermazione non era spiegato.

In entrambi i rami del Parlamento vi sono parec­chi esponenti musulmani, a cui sovente è permesso fare le dichiarazioni più assurdamente infuocate, co­sì come vi sono vari collegi elettorali in cui il voto islamico tiene i candidati di tutti i partiti in uno stato di difficile equilibrio tra quel che si possa o non si possa dire. Certo, i gruppi musulmani estremisti boi­cottano le elezioni e dichiarano la democrazia estra­nea alla loro fede, ma questo non vuoi dire che non hanno diritti civili.

Solo in coda all'articolo si dava atto che l'auto-bomba poteva essere stata parcheggiata davanti a un club di Piccadilly perché era la «sera delle signo­re» e che l'esplosione poteva avere lo scopo di far uscire in strada la gente, in modo che potesse essere meglio bruciata e fatta a pezzi dall'esplosione di una seconda macchina, carica di chiodi e benzina.

Dato che sappiamo che nel 2004 fu progettato un attacco quasi identico a un club chiamato Ministry of Sound, giustificato con il fatto che della morte di «rifiuti» o di «puttane» non sarebbe importato a nes­suno, sarebbe stato più semplice accettare l'eviden­za. Gli aspiranti assassini non volevano semplice­mente fare a pezzi qualcuno, ma fare a pezzi delle donne in particolare.

Immagino che vi sarà chi, per qualche ragione, vorrà sottrarsi a questa conclusione, ma evidente­mente non avrà visto il recente servizio sul Channel 4 della tv britannica, «Undercover Mosque» (La mo­schea segreta) o il reportage di Christiane Amanpour su Cnn, «Special Investigations Unit». In queste trasmissioni, i fanatici musulmani britannici

esponevano chiaramente i loro programmi. Davanti alla telecamera, personaggi di rilievo come Anjem Choudary hanno dichiarato il loro amore per Osama Bin Laden e hanno rifiutato esplicitamente di de­finire l'Islam una religione di pace.

(...) Ai bianchi liberali che esitano ad accettare questi fatti, si potrebbe ribattere con qualche osser­vazione. La prima è che da anni siamo stati avvisati del pericolo, da britannici anch'essi di origini asiatiche come gli scrittori Hanif Kureishi, Monica Ali e Salman Rushdie. Qualche tempo fa ho conosciuto lo scrittore Nadeem Aslam, la lettura del cui libro Map­pe per amanti smarriti (Feltrinelli) è senz'altro consi­gliata. Aslam sa quanto sia pesante il prezzo dei matrimoni combinati, della dote, del velo e degli altri aspetti della cultura feudale del Pakistan rurale che sono stati trapiantati in alcune parti di Londra e del­lo Yorkshire.

Secondo stime sue e di altri, nello Yorkshire più del 70 per cento dei difetti alla nascita è riferibile a una minoranza di non più dell'undici per cento della popolazione. Quando una nota esponente socialista in parlamento, Ann Cryer, ha richiamato l'attenzio­ne su questa tremenda situazione nel suo collegio elettorale, è stata subito accusata di - beh, potete immaginare di che cosa sia stata accusata. La scioc­ca parola «islamofobia», usata acriticamente dalla Amanpour nel suo documentario, per altri versi as­sai efficace, è stata la meno pesante che ha dovuto sentire.

Nel frattempo una solidarietà di clan estremamen­te autodistruttiva, «fobica» verso chiunque sia ester­no ad esso, diviene il presupposto per predicare il culto della morte. Lo dico perché, se vi è una dimen­sione «etnica» nella questione islamista, allora, alme­no in questo caso, ne sono responsabili gli islamisti stessi.

L'aspetto più evidente di tutte le teocrazie è la re­pressione sessuale e la conseguente determinazione nell'esercitare un controllo assoluto sulle donne. In Gran Bretagna, nel XXI secolo, vi sono delitti d'ono­re, matrimoni combinati, mogli picchiate su manda­to di autorità religiose, incesti a tutti gli effetti anche se non gli si da questo nome, e l'adozione di vesti per le donne che non si sa se siano scelte da loro, ma che si vuole vadano considerate una questione di libera espressione (proprio così!).

Questo sarebbe già grave se fosse confinato alla sola «comunità» musulmana. Ma, naturalmente, un veleno del genere non può restare confinato, e i fana­tici della teocrazia ora chiedono il diritto, che discen­de da Dio, di uccidere donne a caso per poco più di quel che a loro sembra immodestia.

Il minimo che possiamo fare, di fronte a un male tanto radicale, è guardarlo negli occhi (ciò che esso cerca di evitare) e chiamarlo con il suo nome. Comin­ciamo col dire che sono le donne vittime di questa tirannia ad essere «private dei diritti civili», mentre molto di peggio della «privazione dei diritti» attende chi osi dissentire.



6 luglio 2007

Quando i fondamentalisti islamici non bastano

 
Per la chiesa cattolica i diritti delle donne “esulano dalla cultura africana”…

di Antonella Spolaor

Il presidente della conferenza dei vescovi del Kenya, riunitasi il 3 luglio a Nairobi, si è scagliato contro il Protocollo aggiuntivo alla carta africana dei diritti umani sui diritti delle donne, adottato dall’Unione Africana nel luglio del 2003 ed entrato in vigore il 25 novembre del 2005. L’Arcivesovo John Njue si è appellato al governo del Kenya affinché non ratifichi il documento perché, tra gli altri, prevede il diritto delle donne alla libertà di pianificazione familiare e all’interruzione di gravidanza.

L’ostilità della chiesa cattolica al Protocollo di Maputo era già stata esplicitata da Benedetto XVI nel suo intervento alla conferenza del corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede nel dicembre scorso, ponendo l’accento su come gli “attentati alla vita fin dal suo concepimento” che si perpetrano nei paesi dell’occidente, si stiano estendendo “anche in quelle regioni dove la cultura del rispetto della vita è tradizionale, come in Africa, dove si tenta di banalizzare surrettiziamente l’aborto attraverso il Protocollo di Maputo, così come attraverso il Piano d’azione adottato dai ministri della Sanità dell’Unione Africana”.

Il fatto è che il Protocollo di Maputo è uno dei documenti più avanzati nell’ambito della promozione e tutela dei diritti umani, civili e politici delle donne africane.

Questo trattato infatti è composto di 32 articoli che sanciscono un ampio panorama di diritti finora mai compresi nella loro totalità da nessuna costituzione africana, come il diritto all’eredità da parte delle vedove, il diritto al divorzio tutelato, il diritto alla partecipazione alle competizioni politiche e al mondo del lavoro, il divieto del matrimonio forzato e di quello precoce, il diritto alla integrità fisica e il divieto di tutte le pratiche tradizionali dannose come le mutilazioni genitali femminili.

E non è un caso che l’Unione Africana abbia voluto includere, con grande senso di responsabilità, in uno stesso documento i diritti economici delle donne e quelli di libertà individuale, civile e politica, senza cedere alla adozione di un testo di compromesso che tralasciasse i diritti della “salute riproduttiva”. Il Piano d’azione dei Ministri della Salute dei paesi membri infatti prevede la legalizzazione, il libero accesso e la ampia diffusione dei sistemi contracettivi, oltre alla legalizzazione e regolamentazione dell’interruzione di gravidanza. D'altronde, come ha avuto modo di dire il Vice Presidente del Kenya alla conferenza dei capi di stato africani su “Diritti umani e mortalità materna”, oltre 15.000 bambine kenyane abbandonano ogni anno la scuola secondaria a causa di gravidanze indesiderate e delle 68.000 donne che ogni anno nel mondo muoiono di aborto clandestino o in condizioni di non sicurezza, 30.000 sono africane.

Considerare dunque questo documento come qualcosa che “esula dalla cultura africana”, come è stato espresso anche dai vescovi del Ruanda, del Burundi e della Repubblica Democratica del Congo, significa ignorare quella che invece è la volontà di cambiamento e di progresso degli africani, che i governi giustamente interpretano riportando al centro della politica il rispetto della persona e delle sue libertà fondamentali.

Sono infatti già 21 i paesi membri dell’Unione Africana che hanno ratificato il Protocollo di Maputo e che con il sostegno di un tenace e convinto movimento della società civile si preparano a cambiare il volto di questo continente attraversato da guerre, carestie, povertà e ingiustizie, subite soprattutto da donne e bambini, le principali vittime dell’AIDS, delle morti da parto, per causa delle mutilazioni genitali, per fame, per malattia.

Sono queste le voci che la chiesa dovrebbe avere la compassione di ascoltare, sostenendo il progresso dell’Africa verso un assetto di giustizia e democrazia anziché difendendo una presunta “africanità” che esiste oramai solo nelle elucubrazioni più oscurantiste di alcuni obsoleti relativisti.



28 giugno 2007

Il colpevole silenzio sui diritti umani.

 Inizia a Brescia ed è subito rinviato il processo al padre assassino di Hina Saleem, la ragazza di origina pakistana barbaramente uccisa in nome di una cultura religiosa deformata, spietata, criminale e criminogena. Non bastano le parole a chi come noi vive nel culto della libertà di pensiero e di comportamento per denunciare la cultura totalitaria basata su presunte rivelazioni di immaginarie entità soprannaturali, di volta in volta interpretate, sempre in peggio, da singoli personaggi o involutesi nelle regole tribali di specifiche comunità. Abbiamo invece notato con dispiacere l' assenza delle organizzazioni storiche del movimento femminista italiano fra i richiedenti la costituzione di parte civile, avanzata invece dall' Acmid (Associazine di donne marocchine) anche se putroppo è stata respinta dal Tribunale. Notiamo con ancora più dispiacere che deputate, senatrici e donne celebri "de sinistra" hanno disertato un avvenimento in cui una presenza femminile qualificata avrebbe dato un segno visibile di solidarietà. Questo ruolo è stato assolto, e ci congratuliamo con loro, dalla deputata di AN Daniela Santanchè e la signora Anselma Dall' Olio-Ferrara, sulle cui posizioni espresse in altre circostanze abbiamo avuto molte valide ragioni di indignarci. E tuttavia loro oggi c' erano rendendo più vistoso il vuoto di altre esponenti politiche. Ma più vistoso di tutti è stato il vuoto delle istituzioni che potevano essere rappresentate dal Comune di residenza di Hina (o anche dalla Provincia e dalla Regione) per una costituzione di parte civile che avrebbe dato un senso di pubblica condivisione dei diritti di libertà stroncati dall' assassinio

nogod.it



26 giugno 2007

APPELLO DELLE DONNE MAROCCHINE

 Il 28 giugno avrà luogo a Brescia la prima udienza del processo ai responsabili dell’assassinio di Hina Salemme. Come è noto, la nostra Associazione ACMID-Donna onlus (associazione donne marocchine) si è costituita parte civile in questo processo: vogliamo giustizia per Hina e chiediamo che il suo sogno di libertà non venga dimenticato.
Il 28 giugno, dunque, l’Acmid sarà a Brescia. Ci auguriamo che quel giorno siano presenti al nostro fianco anche molte di voi per sostenere tutte insieme compostamente e civilmente, donne immigrate e donne italiane, la memoria e il sacrificio di Hina.
A quante vorranno accompagnarci, l’Acmid mette a disposizione mezzi di trasporto gratuiti dai luoghi di residenza.

Per informazioni, contattate info. www.acmid-donna.it
http://www.acmid-donna.it/

Tribunale di Brescia Via V. Vittorio Emanuele II, 96

28.06.2007 alle ore 8.30

douniaettaib@yahoo.it

Grazie, Dounia

Spero che almeno qualcuna, fra le mie lettrici, avrà la possibilità di rispondere a questo appello. Spero che qualcuno, anche se non potrà partecipare, vorrà almeno raccoglierlo e riproporlo nel proprio blog e inviarlo alla propria mailing list: è il minimo che possiamo fare.

                                          

barbara
Accolgo e aderisco all'appello diBarbara, ringranziandola per la notizia


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